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Protezione umanitaria a cittadina nigeriana per violenza domestica

  • Tribunale di Cagliari, Dottoressa Valentina Frongia, ordinanza 23.02.2017
  • Nigeria
  • Protezione umanitaria per violenza sessuale e vulnerabilità

La ricorrente, proveniente dall’Edo State, rimasta orfana di entrambi i genitori, veniva obbligata a prostituirsi da parte dello zio, che mandava degli uomini a casa sua per avere dei rapporti sessuali contro la sua volontà. Finché un giorno un uomo non la aggrediva, morsa, picchiata e violentata, e lei allora scappava e dopo aver girovagato per le strade, veniva ospitata da un’amica della madre che la trattava come fosse una schiava.

Rileva il Giudice che la particolare situazione della ricorrente, giovane donna, priva di sostegno famigliare (entrambi i genitori sono morti, e nessun altro familiare potrebbe accoglierla e sostenerla in un eventuale reinserimento nel suo Paese), nonché oggetto di gravi violenze in patria, consente il riconoscimento alla medesima del diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari, essendo sussistente una grave situazione di vulnerabilità che fa ritenere gravemente dannoso per la medesima un immediato rimpatrio.

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Ricorso cittadino Sierra Leone alla revoca della protezione umanitaria

  • Tribunale di Roma, Dottor Riccardo Rossetti , ordinanza 07.12.2015
  • Sierra Leone
  • Revoca protezione umanitaria per procedimento penale pendente

Il ricorrente, cittadino della Sierra Leone, giunto in Italia nel 2011, otteneva il riconoscimento della protezione umanitaria dalla Commissione territoriale di Roma.

In data 23.4.2014 la stessa Commissione negava il rinnovo senza addurre giustificazione se non un laconico rinvio ai precedenti penali del richiedente, il quale dimostrava ampiamente con documentazione aggiornata e coerente (certificato penale e carichi pendenti) di essere privo di precedenti.

Il Tribunale di Cagliari, rilevato che l’Amministrazione convenuta, rimasta contumace, non abbia altrimenti dimostrato l’assunto su cui si fonda la revoca della protezione, il provvedimento impugnato va revocato e va dichiarato il diritto del ricorrente al rinnovo della protezione umanitaria.

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Protezione umanitaria a cittadino Ex Jugoslavia – Bosnia Herzegovina

  • Tribunale di Cagliari, Dottoressa Claudia Belelli, ordinanza 08.01.2014
  • Ex Jugoslavia – Bosnia Herzegovina
  • Protezione umanitaria
  • Inclusione sociale, vulnerabilità, violenza domestica, condanna per spaccio

Nel caso in esame il richiedente è nato nel 1986 nell’allora Jugoslavia, quando aveva soltanto due anni la sua famiglia fuggiva dai disordini sociali e dalla pulizia etnica messe in atto, successivamente alla morte, nel 1980, del generale Tito. All’età di quindici anni lasciava la famiglia per sfuggire al carattere violento e autoritario del padre, che gli imponeva una condizione ed uno stile di vita che lui non condivideva perché gli impediva di frequentare la scuola isolandolo dalla società. Lo stato di emarginazione in cui lo stesso si sarebbe di conseguenza trovato lo ha inevitabilmente condotto all’uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti, con conseguenti arresti, condanne e detenzione in diverse strutture detentive dell’isola. Durante il periodo detentivo conseguiva la licenza elementare e media e successivamente svolgeva un positivo percorso di affidamento in prova al servizio sociale. Una volta scontate tutte le pene inflittegli, frequentava un corso di informatica ed intraprendeva diverse e positive esperienze lavorative.

La Commissione territoriale, nonostante tutti i membri della sua famiglia fossero titolari di protezione umanitaria, rigettava la sua istanza a causa delle condanne riportate.

Il Giudice, dopo aver vicenda ed in particolare tutte le produzioni documentali tese a comprovare il percorso formativo e lavorativo del ricorrente, che ha sempre vissuto in Sardegna e non ha mai più fatto ritorno in Bosnia, ritiene che la sua situazione familiare e lavorativa valga ad integrare i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria al fine di salvaguardare l’unità familiare quale diritto fondamentale dell’individuo riconosciuto in capo agli stranieri dall’art. 28 TUI nell’interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte coerentemente alla tutela  costituzionale del diritto in parola (Cass. civile 16280/2009)  e di consentire al ricorrente il completamento del percorso di integrazione sociale che lo stesso ha dimostrato di aver intrapreso da anni, impegnandosi nel conseguimento dei documentati esiti positivi sia sul piano dell’istruzione che dell’inserimento ne circuito legale del mercato del lavoro.

Il Tribunale di Cagliari ritiene, pertanto, che debba essere accolta la domanda del ricorrente di concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai sensi dell’art. 32 comma 3 D.lgs 25/2008.

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Riconoscimento status di apolide a cittadina della Ex Jugoslavia

  • Tribunale di Sassari, II Sezione in composizione collegiale, sentenza n. 5/2015 del 26.5.2015
  • Ex Jugoslavia
  • Stato di apolide

Nel caso in esame la richiedente è nata a Torino da genitori croati, che non avendovi più fatto ritorno avevano successivamente perso la cittadinanza croata e non erano più stati iscritti nei registri dello stato civile locale, così come alla richiedente benché nata e vissuta in Italia e dove aveva avuto i suoi tre figli. Non potendo andare a vivere in Croazia, dove non è mai stata, in quanto priva di documento di identità, e non potendosi iscrivere all’anagrafe di nessun comune e di non poter neppure contrarre matrimonio civile (data l’impossibilità di rilascio del nulla osta da parte del paese d’origine), chiedeva di riconoscere il suo stato di apolide.

La causa veniva istruita documentalmente anche attraverso indagini disposte dal Giudice relatore presso l’Ambasciata della Repubblica di Croazia a Roma, che confermava che la ricorrente non aveva mai avuto la cittadinanza di quello stato e seconda la legge croata, non l’avrebbe potuta ottenere. 

Il Tribunale ritenendo che la prova circa la condizione di apolidia – nel senso fatto proprio dall’art. 1 della Convenzione di New York del 28 settembre 1954 e dall’art.15 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10.12.1948 nonché dalla normativa nazionale di recepimento e dettaglio (L. n.91/1992, D.P.R. n.572/1993 e D.P.R. n.362/1994) – non possa essere richiesta in modo oltremodo rigoroso (diversamente traducendosi in una “probatio diabolica”, cioè provare di non essere cittadino di alcuno Stato); può ritenersi sufficiente la dimostrazione di non essere cittadino dello Stato di origine dei genitori, di non poter neppure accedere a quella cittadinanza e di avere acquisito, e conservato per un periodo di tempo sufficientemente lungo, uno stabile collegamento con lo Stato nel quale si dimora.

In particolare, nel caso di specie è stato accertato che l’odierna istante secondo il diritto croato interno neppure potrebbe acquisire la cittadinanza croata attraverso la naturalizzazione, perché da anni non vive più in Croazia e non ha mia regolarizzato lo status di cittadino straniero con residenza fissa (così comunicazione del 27.4.2015 agli atti).

Il Tribunale di Cagliari dichiara, pertanto, lo status di apolide della ricorrente.