Diritti Umani: perché è importante parlarne anche e soprattutto con i più giovani

Diritti Umani: perché è importante parlarne anche e soprattutto con i più giovani

Negli ultimi mesi, in cui lo stop forzato dovuto all’emergenza sanitaria Covid 19 mi ha impedito di svolgere regolarmente le attività extra lavorative di impegno sociale, ho avuto modo di pensare con piacere agli ultimi due eventi a cui ho partecipato all’inizio dell’anno, entrambi riguardanti un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la tutela dei diritti umani.

Sono stata invitata in tutte e due le occasioni in qualità di vice Presidente Acos, associazione di volontariato impegnata nel contrasto alla prostituzione schiavizzata: il primo evento faceva parte di un ciclo di incontri Unesco Academy sullo sviluppo di reti territoriali e si è svolto in occasione della Giornata mondiale dei diritti umani; il secondo era un seminario formativo con tavola rotonda di confronto tra le associazioni impegnate nelle attività di contrasto alla tratta e al grave sfruttamento, di prevenzione alla salute e assistenza alle vittime.

UNESCO Academy – “Laboratorio per studenti universitari sullo sviluppo di reti territoriali”

Il 9 gennaio ho partecipato quindi all’ultimo appuntamento del ciclo di incontri promosso e organizzato dall’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO – Sardegna, dedicato all’educazione ai diritti umani come strategia primaria di diffusione della conoscenza dei diritti fondamentali della persona nella prospettiva di una convivenza di pace.

Coinvolgere i giovani nella sensibilizzazione a questi temi è una delle chiavi di accesso ad un mondo più sensibile e coinvolto al rispetto dei diritti umani; un modo perché questi temi diventino argomento di discussione quotidiano e motivo di cambiamenti fondamentali nella mentalità e nelle politiche mondiali.

Il “debate”

Il mio contributo consisteva nel tutoraggio di uno dei gruppi di studenti universitari, avviando e stimolando la riflessione che li avrebbe guidati nella difesa delle loro tesi durante il confronto con l’altro gruppo nel “debate”. A partire dall’art. 4 della Dichiarazione Universale dei diritti umani “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma” le due squadre dovevano argomentare e sostenere i pro o i contro di questo tema e formulare delle conclusioni.

Il caso: la Corte Europea accoglie il ricorso su un caso di riduzione in schiavitù

Per agevolare la discussione e portarla su un piano più concreto ho proposto al mio gruppo (che doveva sostenere la tesi a favore) una sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani pronunciatasi su un caso di riduzione in schiavitù.

Nel caso specifico, L.E. c. Grecia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso di una emigrata nigeriana costretta da un suo connazionale a prostituirsi per due anni dopo essere arrivata in Grecia con le promesse di un lavoro.
La Corte europea non solo ha accertato la violazione della Convenzione europea da parte della Grecia, in relazione all’articolo 4 (proibizione della schiavitù), all’articolo 6 (diritto ad un processo di durata ragionevole) ed all’articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo); ha anche aperto gli occhi su una situazione alquanto sottovalutata: la schiavitù. La Corte europea ha messo in luce infatti come ancora oggi in Europa questo fenomeno esista e sia sviluppato, pur cambiando nome, forma e metodi rispetto ai precedenti storici. Oggi la schiavitù è la tratta di esseri umani ed il mercato della prostituzione è il luogo in cui si consuma.

Il caso ha rappresentato perciò un’ottima occasione per richiamare gli obblighi positivi a cui sono vincolati i Paesi firmatari della Convenzione europea: essi sono obbligati a livello procedurale ad indagare potenziali situazioni di traffico di esseri umani, e ciò a prescindere da una denuncia da parte della vittima: “una volta che la questione è stata portata alla loro attenzione, le autorità devono agire”.

Il pomeriggio si è concluso quindi con l’esposizione delle tesi dei due gruppi, occasione di confronto, condivisione e partecipazione ad un tema fondamentale per lo sviluppo di una società civile come la valorizzazione dei diritti umani.

Diritti Umani: perché è importante parlarne anche e soprattutto con i più giovani

STRADA FACENDO interventi di lavoro di emersione con persone vittime di tratta e grave sfruttamento

Il secondo appuntamento a cui ho partecipato il 15 gennaio era un seminario formativo rivolto agli operatori di settori durante il quale le associazioni del territorio impegnate nelle attività di contrasto alla tratta e al grave sfruttamento, alla prevenzione, alla salute e assistenza alle vittime hanno avuto modo di confrontarsi sulle difficoltà, i problemi e le azioni da compiere per migliorare la situazione delle vittime di tratta e sfruttamento.

Fare rete tra le associazione per trovare soluzioni alla tratta

Alla tavola rotonda hanno partecipato, oltra ad ACOS rappresentata da me, anche Caritas, ATS Sardegna, e Progetto Elen Joy, tutti i soggetti che in Sardegna si impegnano con progetti e azioni a livello operativo, recandosi, attraverso le unità di strada mobili, nei luoghi della prostituzione per fornire aiuto, ascolto, informazioni e assistenza alle vittime, perché si sentano meno sole e abbiano i mezzi per migliorare la loro condizione.

Durante l’incontro ho illustrato le attività di Acos e le modalità attraverso le quali le svolgiamo; ho parlato degli obiettivi raggiunti, riguardanti la tutela sanitaria ed anche quella legale; ho portato nuove idee sugli interventi che si potrebbero mettere in campo come, per esempio, lavorare maggiormente sulle opportunità di inserimento lavorativo e l’inclusione sociale, strumenti senza i quali una vera libertà dalla schiavitù non è possibile.

Il seminario è risultato un’esperienza di formazione non solo per gli ascoltatori ma anche per noi associazioni che abbiamo messo in moto nuovi circoli virtuosi, fatto rete e rafforzato i rapporti già in essere.

Senza l’apporto e l’unione delle associazioni di volontariato il rischio è quello di lasciare a se stesse situazioni critiche dove non esiste legalità e i diritti, anche i più basilari, vengono crudelmente calpestati, soprattutto in un territorio, come quello di Sassari, dove si sente l’assenza del pubblico settore, soggetto che dovrebbe essere un attore nello scenario ed invece non fa neppure da comparsa.

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Protezione umanitaria a cittadina nigeriana per violenza domestica

La ricorrente, proveniente dall’Edo State, rimasta orfana di entrambi i genitori, veniva obbligata a prostituirsi da parte dello zio, che mandava degli uomini a casa sua per avere dei rapporti sessuali contro la sua volontà. Finché un giorno un uomo non la aggrediva, morsa, picchiata e violentata, e lei allora scappava e dopo aver girovagato per le strade, veniva ospitata da un’amica della madre che la trattava come fosse una schiava.

Rileva il Giudice che la particolare situazione della ricorrente, giovane donna, priva di sostegno famigliare (entrambi i genitori sono morti, e nessun altro familiare potrebbe accoglierla e sostenerla in un eventuale reinserimento nel suo Paese), nonché oggetto di gravi violenze in patria, consente il riconoscimento alla medesima del diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari, essendo sussistente una grave situazione di vulnerabilità che fa ritenere gravemente dannoso per la medesima un immediato rimpatrio.

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Ricorso cittadino Sierra Leone alla revoca della protezione umanitaria

Il ricorrente, cittadino della Sierra Leone, giunto in Italia nel 2011, otteneva il riconoscimento della protezione umanitaria dalla Commissione territoriale di Roma.

In data 23.4.2014 la stessa Commissione negava il rinnovo senza addurre giustificazione se non un laconico rinvio ai precedenti penali del richiedente, il quale dimostrava ampiamente con documentazione aggiornata e coerente (certificato penale e carichi pendenti) di essere privo di precedenti.

Il Tribunale di Cagliari, rilevato che l’Amministrazione convenuta, rimasta contumace, non abbia altrimenti dimostrato l’assunto su cui si fonda la revoca della protezione, il provvedimento impugnato va revocato e va dichiarato il diritto del ricorrente al rinnovo della protezione umanitaria.

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Protezione umanitaria a cittadino Ex Jugoslavia – Bosnia Herzegovina

Nel caso in esame il richiedente è nato nel 1986 nell’allora Jugoslavia, quando aveva soltanto due anni la sua famiglia fuggiva dai disordini sociali e dalla pulizia etnica messe in atto, successivamente alla morte, nel 1980, del generale Tito. All’età di quindici anni lasciava la famiglia per sfuggire al carattere violento e autoritario del padre, che gli imponeva una condizione ed uno stile di vita che lui non condivideva perché gli impediva di frequentare la scuola isolandolo dalla società. Lo stato di emarginazione in cui lo stesso si sarebbe di conseguenza trovato lo ha inevitabilmente condotto all’uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti, con conseguenti arresti, condanne e detenzione in diverse strutture detentive dell’isola. Durante il periodo detentivo conseguiva la licenza elementare e media e successivamente svolgeva un positivo percorso di affidamento in prova al servizio sociale. Una volta scontate tutte le pene inflittegli, frequentava un corso di informatica ed intraprendeva diverse e positive esperienze lavorative.

La Commissione territoriale, nonostante tutti i membri della sua famiglia fossero titolari di protezione umanitaria, rigettava la sua istanza a causa delle condanne riportate.

Il Giudice, dopo aver vicenda ed in particolare tutte le produzioni documentali tese a comprovare il percorso formativo e lavorativo del ricorrente, che ha sempre vissuto in Sardegna e non ha mai più fatto ritorno in Bosnia, ritiene che la sua situazione familiare e lavorativa valga ad integrare i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria al fine di salvaguardare l’unità familiare quale diritto fondamentale dell’individuo riconosciuto in capo agli stranieri dall’art. 28 TUI nell’interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte coerentemente alla tutela  costituzionale del diritto in parola (Cass. civile 16280/2009)  e di consentire al ricorrente il completamento del percorso di integrazione sociale che lo stesso ha dimostrato di aver intrapreso da anni, impegnandosi nel conseguimento dei documentati esiti positivi sia sul piano dell’istruzione che dell’inserimento ne circuito legale del mercato del lavoro.

Il Tribunale di Cagliari ritiene, pertanto, che debba essere accolta la domanda del ricorrente di concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai sensi dell’art. 32 comma 3 D.lgs 25/2008.

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Riconoscimento status di apolide a cittadina della Ex Jugoslavia

Nel caso in esame la richiedente è nata a Torino da genitori croati, che non avendovi più fatto ritorno avevano successivamente perso la cittadinanza croata e non erano più stati iscritti nei registri dello stato civile locale, così come alla richiedente benché nata e vissuta in Italia e dove aveva avuto i suoi tre figli. Non potendo andare a vivere in Croazia, dove non è mai stata, in quanto priva di documento di identità, e non potendosi iscrivere all’anagrafe di nessun comune e di non poter neppure contrarre matrimonio civile (data l’impossibilità di rilascio del nulla osta da parte del paese d’origine), chiedeva di riconoscere il suo stato di apolide.

La causa veniva istruita documentalmente anche attraverso indagini disposte dal Giudice relatore presso l’Ambasciata della Repubblica di Croazia a Roma, che confermava che la ricorrente non aveva mai avuto la cittadinanza di quello stato e seconda la legge croata, non l’avrebbe potuta ottenere. 

Il Tribunale ritenendo che la prova circa la condizione di apolidia – nel senso fatto proprio dall’art. 1 della Convenzione di New York del 28 settembre 1954 e dall’art.15 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10.12.1948 nonché dalla normativa nazionale di recepimento e dettaglio (L. n.91/1992, D.P.R. n.572/1993 e D.P.R. n.362/1994) – non possa essere richiesta in modo oltremodo rigoroso (diversamente traducendosi in una “probatio diabolica”, cioè provare di non essere cittadino di alcuno Stato); può ritenersi sufficiente la dimostrazione di non essere cittadino dello Stato di origine dei genitori, di non poter neppure accedere a quella cittadinanza e di avere acquisito, e conservato per un periodo di tempo sufficientemente lungo, uno stabile collegamento con lo Stato nel quale si dimora.

In particolare, nel caso di specie è stato accertato che l’odierna istante secondo il diritto croato interno neppure potrebbe acquisire la cittadinanza croata attraverso la naturalizzazione, perché da anni non vive più in Croazia e non ha mia regolarizzato lo status di cittadino straniero con residenza fissa (così comunicazione del 27.4.2015 agli atti).

Il Tribunale di Cagliari dichiara, pertanto, lo status di apolide della ricorrente.

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Status di rifugiato a cittadino camerunense per discriminazione sessuale

Come riferiscono le COI in Camerun le persone LGBTI vengono perseguitate in maniera molto più aggressiva rispetto a quasi tutti i Paesi del mondo e sono costrette ad affrontare discriminazioni, intimidazioni, vessazioni e violenze di ogni tipo. Il codice penale, anche dopo la sua riforma avvenuta nel 2017, ha continuato a mantenere il reato di attività sessuale tra persone dello stesso sesso, prevedendo la reclusione fino a 5 anni ed una multa da 20.000 a 200.000 franchi (art. 347 bis). La maggior parte dei casi di cui si è avuta evidenza sono stati caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani, compresa la tortura (perpetrata attraverso ad esempio il cd. “test anale” come prova della presunta omosessualità), le confessioni forzate, la negazione di accesso all’assistenza legale ed un trattamento discriminatorio da parte delle forze dell’ordine e degli ufficiali giudiziali.

Nel caso in esame, il ricorrente, sia in sede amministrativa che in udienza si è dichiarato omosessuale, manifestando un serio, concreto ed attuale timore di persecuzione personale e diretta nel Paese di origine a causa del proprio orientamento sessuale, confermato, quest’ultimo, anche dalla testimonianza scritta rilasciata dal sig. Mele, vicepresidente del MOS, Movimento Omosessuali Sardo – associazione di politica e cultura gay, lesbica e trasgender. Ciò nonostante la Commissione Territoriale aveva rigettato le domande.

Osserva il Tribunale che <superato il cd. vaglio di credibilità di cui all’art.3, comma 5 D.lgs. n° 251/2007, alla luce delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite agli atti, si ritiene che vi sia per il ricorrente un effettivo rischio di persecuzione personale e diretta per motivi di “appartenenza ad un determinato gruppo sociale”, tenuto conto che la circostanza per cui l’omosessualità sia considerata un reato dall’ordinamento giuridico del Paese di provenienza -costituendo una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali che compromette grandemente la loro libertà personale e li pone in una situazione oggettiva di persecuzione- giustifica appieno la concessione della protezione richiesta (si confronti anche Cass. Civ. 20 settembre 2012 n. 15981), potendosi, conseguentemente, riconoscere in capo al predetto il diritto allo status di rifugiato>.

Per questi motivi, il Tribunale riconosce che “il ricorrente rientri nel novero dei soggetti che possono beneficiare del riconoscimento dello status di rifugiato”.

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Status di rifugiato a cittadino biafrano persecuzione politica

Il Tribunale di Cagliari concede lo status di rifugiato politico ad un cittadino nigeriano proveniente dal Delta State, che compone il Biafra da sempre in lotta per l’indipendenza dal Governo Nigeriano e che la paura di farvi ritorno è strettamente legato a tale annosa lotta ed anche agli ultimi fatti sanguinosi che lo hanno interessato.

Nel caso in esame, il ricorrente ha dichiarato di essere nato e cresciuto a Issele Uku nel Delta State in seno ad una famiglia dalla forte identità biafrana. Suo padre aveva combattuto per l’indipendenza del Biafra nella sanguinosa guerra civile durata dal 1967 fino al 1970. E negli ultimi anni era coordinatore del partito Indigenous People of Biafra (IPOB) nella città di Issele Uku. Il 18.01.2016, in seguito ad una manifestazione di protesta alla quale partecipavano migliaia di persone con le bandiere biafrane incluso il ricorrente e suo padre, tenutasi ad Asaba, la capitale del Delta State, suo padre veniva ucciso e sua madre incarcerata per circa due settimane da parte dell’esercito nigeriano ed il ricorrente si dava alla fuga per evitare di subire la stessa sorte.

Osserva il Giudice che il richiedente <ha manifestato un serio, concreto ed attuale timore di persecuzione personale e diretta nel Paese di origine a causa della propria nazionalità (intesa come appartenenza ad un gruppo caratterizzato da una identità culturale, etnica o linguistica, comuni origini geografiche o politiche o la sua affinità con la popolazione di altro Stato), perpetrata in suo danno dallo stesso Stato. La situazione di instabilità e di insicurezza nel sud est nigeriano legato alla “questione Biafra”; il rinnovato uso della forza da parte del governo nigeriano per smorzare le mire secessioniste di quel determinato territorio attraverso anche  e non solo, operazioni militari come Python Dance I e II>.

Rileva, inoltre, che <la questione del Biafra indipendentista rappresenta  un nodo cruciale per la Nigeria e fa riferimento al rapporto Amnesty International , intitolato “I proiettili piovevano dappertutto”, il quale riferisce, fornendone le prove, della violazione da parte delle forze di sicurezza nigeriane dei diritti umani, dell’alto numero di esecuzioni extra-giudiziarie, dell’uso della tortura e di altri degradanti in danno dei sostenitori della indipendenza del Biafra>

Ritiene, pertanto il Tribunale che il ricorso debba trovare accoglimento poiché, diversamente da quanto sostenuto dalla Commissione territoriale, ritiene che, sulla base del resoconto reso dal ricorrente in sede amministrativa, così come confermato in maniera circostanziata in udienza, della documentazione dallo stesso prodotta(attestazione appartenenza IPOB) delle risultanze della prova testimoniale e delle notizie raccolte, anche d’ufficio, sussistano i presupposti dell’invocata protezione internazionale nelle forme dello status di rifugiato.

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Protezione sussidiaria per violenza indiscriminata a cittadino nigeriano

Nel caso in esame il richiedente è proveniente dal Nigeria è nato nell’Edo State, ma la sua famiglia si è trasferita a Bompai, nel Kano State. In seguito ad un attentato di Boko di Haram i suoi genitori perdevano la vita ed egli, temendo la stessa sorte, lasciava il paese.

Il Giudice, dopo aver raccolto informazioni aggiornate attraverso i report di Amnesty International, ha affermato che in Nigeria sussiste una situazione che può essere qualificata, come definita dalla norma, di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno.
Infatti, come riportato dal MAE, la situazione della sicurezza è descritta come estremamente precaria e caratterizzata da diffusi atti di criminalità nelle principali città; particolarmente indicate come zone a rischio sono la regione del delta del Niger, alcuni Stati del nord ove è presente ed attuale tanto il rischio di atti di terrorismo, sia di matrice islamista che separatista, quanto il rischio di violente sommosse di matrice etnico-religiosa, che hanno causato migliaia di vittime, inclusi donne e bambini; attentati hanno avuto luogo da parte del gruppo islamico Boko Haram, anche alla vigilia di Natale a Maiduguri nello Stato di Borno, nella periferia di Abuja e a Jos, e violenze diffuse, dirette in particolare contro le forze dell’ordine, si sono verificate successivamente anche nello Stato di Bauchi e recentemente (a gennaio di quest’anno) a Kano; violenze e disordini si sono verificati anche a seguito delle elezioni generali svoltesi nell’aprile 2011, le quali hanno causato vittime e sfollati temporanei; infine, la situazione della sicurezza è descritta come a rischio nella metropoli di Lagos e nella capitale Abuja. Questa situazione che ha interessato soprattutto il Nord della Nigeria (a prevalenza mussulmana), a causa degli attacchi del gruppo fondamentalista islamico Boko Haram contro le istituzioni governative e i cristiani del Nord, si sta estendendo anche al Sud (a prevalenza cristiana) interessato da disordini nella città di Benin City.

Il Tribunale di Cagliari ritiene che sussistano, in definitiva, i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria in favore del cittadino nigeriano ai sensi della suddetta previsione normativa, in ossequio al principio del non refoulment, non potendosi respingere alcuno in uno Stato in cui la sua vita sarebbe esposto a serio pericolo. Ciò a prescindere dalla posizione personale del richiedente.

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Status di rifugiato a cittadino nigeriano per discriminazione sessuale

Il Tribunale afferma che «il giudice non può formare il proprio convincimento esclusivamente sulla base della credibilità soggettiva del richiedente e sull’adempimento dell’onere di provare la sussistenza del “fumus persecutionis” a suo danno nel paese d’origine, essendo, invece, tenuto a verificare la condizione di persecuzione di opinioni, abitudini, pratiche sulla base di informazioni esterne ed oggettive relative alla situazione reale del paese di provenienza, mentre solo la riferibilità specifica al richiedente del “fumus persecutionis” può essere fondata anche su elementi di valutazione personale tra i quali la credibilità delle dichiarazioni dell’interessato».

E prosegue individuando i criteri: «la verifica dell’effettuazione di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; la deduzione di un’idonea motivazione sull’assenza di riscontri oggettivi; la non contraddittorietà delle dichiarazioni rispetto alla situazione del paese; la presentazione tempestiva della domanda; l’attendibilità intrinseca (Cass. 16202/2012; Cass n. 22111/2014)».

Nel caso in esame, il ricorrente, sia in sede amministrativa che in udienza si è dichiarato omosessuale, manifestando un serio, concreto ed attuale timore di persecuzione personale e diretta nel Paese di origine a causa del proprio orientamento sessuale. In quanto lui ed il suo compagno venivano denunciati dal locatore, che avvisava la polizia e suo padre. Per evitare di essere arrestato, lasciava il suo paese.

Osserva il Tribunale che <preliminarmente occorre precisare che il racconto del ricorrente appare sufficientemente coerente e meritevole di credibilità. Difatti paiono pretestuose le motivazioni di rigetto addotte dalla Commissione del Ministero dell’Interno che si fondano quasi unicamente sull’età (a dir loro parecchio tardiva) in cui l’istante asserisce di aver compreso il proprio orientamento sessuale».

Ed ancora prosegue affermando che «nel caso di specie il ricorrente proviene dalla Nigeria, nazione in cui l’omosessualità costituisce reato a pena di detenzione in carcere».

Per questi motivi, il Tribunale riconosce che al ricorrente vada riconosciuto lo status di rifugiato perché «In linea con la giurisprudenza recente, si ritiene sussistere grave pericolo di persecuzione per il soggetto che, in caso di rientro in Patria, a causa del proprio orientamento sessuale (nel caso di specie: omosessuale), sarebbe sottoposto a pena detentiva così elevata da poter essere considerata una sanzione discriminatoria e dunque un atto di persecuzione. In ipotesi del genere è meritevole di accoglimento la richiesta di protezione internazionale presentata dallo straniero, atteso che l’orientamento sessuale costituisce un aspetto fondamentale dell’identità umana che una persona non deve essere costretta a nascondere o abbandonare».

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Status di rifugiato a cittadino nigeriano per discriminazione religiosa

Il Tribunale di Cagliari concede lo status di rifugiato politico ad un cittadino nigeriano.

Nel caso in esame, il ricorrente, proveniente dall’Edo State, ha riferito <di far parte di una delle famiglie più importanti il cui capostipite, suo padre, era un juju Priest. L’incarico spirituale ricoperto dal Juju Priest deve essere tramandato di padre in figlio, senza libertà di scelta, o meglio, qualora vi fosse un rifiuto questo non sarebbe privo di conseguenze negative. Ed infatti il richiedente, successore predestinato,  intende rifiutarsi di ricoprire tale veste sia perché convertito alla religione cristiana, sia perché si dissocia dai riti che, fino a poco tempo fa, comportavano anche sacrifici umani, specialmente di donne. Il suo rifiuto aveva comportato una serie di ripercussioni da parte della comunità del villaggio: veniva trattato come un estraneo dissociato al quale veniva anche impedito il diritto alla salute qualora ne avesse avuto bisogno>.

Osserva il Tribunale che <il racconto nell’ambito della cultura africana e segnatamente nigeriana, certamente deve ritenersi attendibile il vissuto narrato dal richiedente, stanti le credenze e le religioni che, praticamente, dominano nella società di questi luoghi> … ed inoltre <i fatti appaiono finanche documentalmente comprovati dal verbale di querela che il richiedente ha sporto presso la polizia dell’Edo State in riferimento alle ripercussioni che stava subendo dagli abitanti del suo villaggio: in tale verbale viene dato atto di quanto denunziato dal ricorrente e dell’intenzione della polizia di approfondire le indagini>.

Ritiene il Giudice che, superato il cd. vaglio di credibilità, il richiedente abbia subito atti di persecuzione per motivi religiosi, in quanto cristiano, da parte di soggetto ascrivibili ad una rito JUJU, e cioè alla stessa setta che notoriamente realizza atti di pressione verso chi come l’O.  si rifiuti di associarsi.

Pertanto si configura, nel suo racconto, uno dei motivi di persecuzione e discriminazione previsti agli art. 7 e 8 D. Lgs n. 251/2007.